Antonelli è il ds più invidiato della B. “Vi spiego che significa stare al passo di Berlusconi e Galliani”. Le parole del direttore sportivo a La Gazzetta dello Sport
Fare il direttore sportivo del Monza di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani è come passare sotto la fiamma rossa quando sei un ciclista. Entro nell’ultimo chilometro di gara e tutto è possibile. Ecco, dall’esterno sembra che tutto sia possibile per questa società e per il ds Filippo Antonelli.
E’ proprio così direttore?
«Tutto è possibile ma allo stesso tempo aumentano le responsabilità. Lavorare per Berlusconi e Galliani è una grande opportunità umana e professionale. Chiaramente tutti i giocatori vorrebbero venire a giocare qui ed è proprio per questo motivo che dobbiamo essere ancora più preparati per sbagliare il meno possibile. Le scelte si fanno con la testa e sono sempre ponderate con Galliani».
Quanto è cambiato dal suo arrivo a Monza nel 2015?
«Tutto perché all’epoca qui non c’era nulla. Bisognava ricostruire un pezzo alla volta. Mi ha insegnato molto quell’esperienza. Mi ha insegnato che bisogna sapersi adattare in base alla proprietà e così è con quella attuale. Voglio restare al passo di chi ha fatto la storia del calcio negli ultimi 30 anni».
Si sente invidiato dai suoi colleghi direttori sportivi?
«Ogni dirigente ha la sua proprietà, non mi piace giudicare gli altri e nemmeno pensare di essere un privilegiato».
Ha un modello di riferimento?
«Ho sempre cercato, e tuttora lo faccio, di ascoltare e imparare da tutti per formarmi il più possibile. Anche perché poi, alla fine, l’esperienza è ciò che ci aiuta».
Quando era giocatore, cosa pensava dei direttori sportivi?
«(Sorride, ndr) Ammetto che qualche volta mi è capitato di dare la colpa a loro durante la stagione se le cose non andavano bene. Poi però comprendevo e ho capito che in realtà ero io l’artefice del mio destino. E così vorrei pensassero i calciatori».
A proposito, lei in carriera ha cambiato tantissime maglie, 14: è stato un problema o un vantaggio?
«L’ho sempre vissuto come una sofferenza cambiare maglia e città. In realtà con il senno di poi mi sono costruito una serie di rapporti che adesso tornano buoni».
Percepisce la responsabilità di un progetto che vorrebbe portare il Monza subito in A?
«Mi sento responsabile verso la proprietà Fininvest, verso Berlusconi, Galliani e tutti i tifosi del Monza. Vorrei per questo sbagliare il meno possibile».
Lei è originario di Chieti, in Abruzzo, conterraneo di un collega che ha fatto benissimo in A come Tony D’Amico a Verona. A volte sottovalutiamo l’Abruzzo come terra di calcio?
«Pescara soprattutto è un luogo dove si mastica calcio e se provate a passare in rassegna giocatori, allenatori e dirigenti troverete molto del calcio professionistico attuale».
Già 6 grandi acquisti, presto Di Gregorio e poi?
«Poi dobbiamo pensare alle cessioni che sono altrettanto importanti visto che si tratta di giocatori che hanno contribuito alla causa del Monza».
Si è parlato di Giovinco…
«Direi una suggestione…».
Romulo?
«Abbiamo fatto una chiacchierata con il suo agente».
Tutino?
«Lo abbiamo seguito, vero, ma in passato».
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