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Tommasi: “Tornerà tutto come prima. Ma per il calcio è una triste conclusione”

Il Presidente dell’Associazione Italiana Calciatori ha scritto una lettera al Corriere dello Sport per spiegare la sua posizione in questa situazione emergenziale

Qualche dirigente sportivo mi ha accusato di fare del terrorismo, più o meno come quelli che ora dicono che “vuole chiudere qui la stagione, quando tanti vorrebbero giocare“. Ho imparato una cosa dall’epidemia: che il nostro volere e i nostri programmi futuri sono puro esercizio dialettico, l’agenda la detta il Coronavirus, purtroppo.

Nella vicenda Juve nessuno ha scavalcato nessuno ma siamo stati costantemente aggiornati e quando calciatori e club vanno d’accordo non vedo perché l’AIC si debba sentire accantonata. Lavoriamo per questo, far andare d’accordo club e calciatori.

Questo è il tempo della politica così intesa. “Sortirne tutti insieme” perché “il problema degli altri è uguale al mio”. E qui viene l’analisi del momento, il ruolo dell’AIC e chi rappresenta.

La storia che studieranno i nostri nipoti parlerà dell’attuale dilemma, emergenza sanitaria ed emergenza economica quali le priorità? Credo che anche nel calcio, la tanto raccontata settima industria del Paese, si stia viaggiando tra queste due tensioni.

Il nostro compito è quello di fare sintesi delle posizioni degli associati cercando, non tanto di dire quello che si vogliono sentir dire, ma fare quello che è più corretto fare. A volte le due cose non coincidono. Rimane il dibattito su cosa sia “corretto” o no e qui sta il ruolo di responsabile. Fare scelte giuste, a volte impopolari, ma con una prospettiva più lontana dell’appuntamento elettorale.

L’idea che mi sono fatto è che le considerazioni attuali su tagli a stipendi o meno, chiusura anticipata o meno, giocare d’estate o meno, siano, ad oggi, per l’80% con priorità all’emergenza economica e per il 20% all’emergenza sanitaria. E questo da tutte le parti. Calciatori, dirigenti, presidenti, tv, giornali, sponsor. Ricominciare il campionato per ridurre le perdite, finire la stagione sul campo per non avere ricorsi, continuare ad allenarsi per avere diritto allo stipendio, ritrasmettere le partite per avere l’audience, raccontare le partite per riconquistare il pubblico ma anche il contrario, chiudere il campionato per non pagare nessuno o annullare la stagione per non retrocedere. Tutti costretti, chi più chi meno, da un’emergenza economica che sembra stia facendo più male dell’emergenza sanitaria.

Limitandomi al calcio quando si potrà giocare? Inutile ribadire per l’ennesima volta che tutti noi vogliamo giocare, come tutti noi vogliamo andare al mare e tutti noi vogliamo riaprire le scuole. Ma quale sarà il giusto livello di sicurezza? Quando sarà il tempo in cui non avremo rischi per la salute? E non mi riferisco solo alla salute degli atleti. Temo, infatti, che la vera discussione non riguarderà il contatto fisico o meno, le porte aperte o meno ma sarà su viaggiare o meno e se sì come.

Su chi rappresenti l’AIC sarò breve e riconfermo che i calciatori faranno la loro parte. Dobbiamo solo capire quale è la parte dei calciatori: soci quando c’è crisi e dipendenti quando si vince? AIC rappresenta proprio questo, i principali attori di uno spettacolo sportivo che dovrebbero essere un po’ più soci e un po’ meno dipendenti, nella buona e nella cattiva sorte.

Per finire il mio cruccio è: ma le percentuali di cui sopra saranno mai invertite? Credo che l’epidemia in corso ci stia dicendo proprio questo, invertite le priorità. In questo, mi spiace dirlo, seguendo i ragionamenti e le riflessioni, vedendo e sentendo i commenti, le critiche e le soluzioni proposte, temo che lo slogan ottimistico del “tornerà tutto come prima!” sarà invece, per il calcio, una triste conclusione.

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