Star dello scudetto nel 2011, il trequartista del Monza è tornato a parlare del suo presente, e del suo passato. Le sue parole a La Repubblica
È ripartito dal Monza «perché nella vita non è tutto regalato, volevo ripagare chi mi aveva portato nella squadra più forte del mondo». Kevin Prince Boateng, per tutti, è un’icona: della lotta al razzismo, ma anche del Milan che, giusto dieci anni fa, ha vinto l’ultimo scudetto della sua storia. Una storia che oggi si può ripetere.
Boateng, Bonera dice che quel Milan e quello di oggi hanno lo stesso spirito. Lei vede analogie?
«Non li puoi paragonare, il nostro era un Milan di fenomeni: Ibra, Robinho, Seedorf, Pirlo, Gattuso, Nesta, Thiago, io. Anche quando non giocavi la miglior partita ti guardavi intorno e dicevi: ora uno di noi ce la fa vincere. Eravamo un gruppo pericoloso, avevano paura di noi».
E questo Milan non fa paura?
«Io oggi vedo una squadra, e non si era vista per tanto, tanto tempo: ognuno lavora per l’altro, con atteggiamenti positivi. Ecco: agli avversari fa paura come squadra».
E poi c’è Ibra.
«Se vedi Ibra che dalla tribuna esulta dopo un gol vuol dire che ci sta con tutto lo spirito. E se è così puoi davvero vincere lo scudetto. Il Milan gioca il miglior calcio d’Italia con giocatori poco noti: questo Saelemaekers non sapevo proprio chi fosse, ma con la Fiorentina ha fatto una partita perfetta».
Merito di Pioli, quindi?
«I giovani sono tutti un po’ viziati, lui è stato bravo a farli diventare un gruppo e se tiri fuori il meglio da loro sei forte, punto. Con lui hanno fatto un passo importante: lo hanno lasciato lavorare, cosa che ad altri è mancata. Ma…».
Ma?
«Cambierebbe tutto, se tornassero i tifosi negli stadi. Giocare a San Siro è pesante, devi avere le spalle larghe: senza pubblico, un giocatore che non ha tanto coraggio o personalità si sente più libero. Ma non li prova i colpi di tacco, le giocate, con 60 mila persone intorno».
Ci vuole personalità a numero 10 del Milan?
«Era il momento giusto, stavo volando. Ma sì, quella maglia pesa, e anche se te lo dicono non ci credi».
Chi l’ha convinta ad accettare?
«Non ci ho pensato un secondo. Galliani e Berlusconi mi portarono dieci anni fa dal Portsmouth alla squadra più forte del mondo. Nella vita devi anche ripagare, non è tutto regalato: m’hanno chiesto una mano, ho detto sì. E portare il Monza in A mi gasa come uno scudetto col Milan».
E magari adesso si diverte?
«Sì, mi diverto. Non c’è l’aria glamour della Serie A, mi sembra di rivivere l’atmosfera delle prime partite da professionista, mi rivedo ragazzino: in B conta solo il calcio, cose semplici, stadi normali».
Sabato scorso lei ha sbagliato un rigore e poi stretto la mano al portiere che lo ha parato.
«Ha fatto una grande parata. Io non ho sbagliato niente, quando il pallone ha lasciato il mio piede ho pensato: è gol. Plizzari è stato furbo, s’è mosso un po’ prima e l’ha preso, è stato normale dirgli: “bravo, hai fatto una grande parata”. E poi scherzando: “Un giorno dirai ai tuoi figli che hai parato un rigore a Boateng”. E’ giovane, viene dal Milan, mi ricordavo la sua faccia».
Un passo indietro: al Barcellona non andò bene. Lo rifarebbe?
«Sempre. Ho giocato al Camp Nou, titolare nel Barça: mentre lo dico ho ancora i brividi. Mi ha aiutato nella carriera? No. Ma quanti possono dire di averlo fatto? Avrebbero potuto chiamare un milione di altri giocatori, è la prova che i sacrifici fatti hanno pagato. Se al me bambino avessero raccontato che avrei giocato con Milan e Barcellona avrei risposto: ehi, amico, hai bevuto troppo».
Ecco: com’era da bambino?
«Un ragazzo che giocava per le strade di Berlino con gli amici. Da giovane non ero professionale, anche nelle prime esperienze da calciatore: avrei potuto fare una carriera ancora più importante».
E magari vincere il Mondiale con la Germania. Ci pensa mai?
«Zero. Sapete com’è nascere in Germania, sentirsi tedesco e avere un colore diverso della pelle? Non sai mai chi sei. Il razzismo c’era, per questo a volte sono arrabbiato, e poi esplodo. Giocare per il Ghana è stata una scelta profonda, che ho fatto per me stesso: per riconoscere chi sono, da dove vengo».
Cosa non le piace nel calcio, oggi?
«Non guardo molto calcio. Ma pochi dicono quello che pensano: sono tutti un po’ soldati, quello che fanno o dicono sembra sempre scritto. Io no, infatti avevo problemi allo Schalke e ne avrei avuti con la Germania. A me puoi odiarmi o amarmi, ma devi rispettarmi».
Qualcuno non l’ha fatto?
«A volte non rispettano quello che hai fatto. Il calcio è troppo veloce, e più invecchio più accelera: la gente si dimentica tutto, basta un gol sbagliato e ti insultano. A volte sento criticare Cristiano Ronaldo se in due mesi fa dieci gol anziché mille: calma ragazzi! Tanti calciatori guardano le pagelle sui giornali, io no. Lo so io, quando torno a casa, se ho fatto una buona partita o ho fatto schifo».
C’è un compagno con cui vorrebbe giocare ancora?
«Sì, Ronaldinho: era il calcio, mi ha fatto innamorare di questo sport anche se ero già professionista, per me è il più forte di tutti i tempi, non c’è stadio in cui non sia applaudito. Farebbe la differenza ancora oggi, ma a un certo punto per lui è diventato tutto noioso. Aveva vinto tutto, e si è divertito: ma dimmi, chi non farebbe a cambio con Ronaldinho? Te lo dico io: tutti i calciatori del mondo farebbero a cambio. Pure io».
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