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Berlusconi e il richiamo della panchina: “Il Monza lo salvo io”

Il presidente biancorosso lunedì ha commentato l’inizio di stagione dei bagaj. Il Corriere dello Sport fa il confronto con gli interventi ai tempi del Milan

Se il Monza, studiato per resistere alla concorrenza della Serie A appena conosciuta dopo 110 anni, arranca pericolosamente e fatica a guadagnare punti e credito, beh, allora è il caso che intervenga lui. Sì, proprio lui, Silvio Berlusconi, il presidente che ama ripetere il suo status calcistico («sono stato il presidente più vincente»), impegnato in campagna elettorale ma egualmente turbato dalla crisi del gas e da quella del gol del suo Monza. «Bisogna cambiare il modo di stare in campo, ci penso io» è il suo ultimo annuncio seguito al pareggio di Lecce che pure risulta infarcito di qualche grossolano errore dell’arbitro Pairetto. Non è la prima volta, non sarà nemmeno l’ultima: è bene che Giovannino Stroppa si prepari, non può godere sempre della protezione affettuosa di Adriano Galliani che ha steso intorno a lui una sorta di cortina di ferro inviolabile.

I precedenti interventi ai tempi del Milan

Nei 31 anni di Milan, Silvio Berlusconi intervenne più volte, con l’allenatore e nello spogliatoio di Milanello, per rivendicare le sue idee in materia calcistica. Cominciò con Niels Liedholm, all’alba della presidenza rossonera, durante il viaggio a Barcellona per il trofeo “Gamper”. In quella circostanza, oltre a scoprire in anticipo Gullit, fece sapere pubblicamente che l’alimentazione in vigore al Milan era sbagliata. «Lui è stato allenatore di Edilnord» spiegò lo svedese ai giornalisti con l’intento di fare una battuta ma svelando un dettaglio confermato anche dal fratello Paolo («io ero il suo centravanti»). L’intesa tra i due durò pochissimo.  E allora vennero i giorni, fantastici e rivoluzionari, di Arrigo Sacchi con il quale condivise tutto tranne qualche censura su Marco Van Basten. Più recente e anche più reclamizzato il “botta e risposta” tra il presidente e Carlo Ancelotti che a un certo punto della stagione 2003-2004 decise d’intraprendere la strada dell’“alberello di natale” e cioè schierare una sola punta, Inzaghi o Shevchenko più due trequartisti alle spalle, Rui Costa e Kakà.  Nel famoso derby del sorpasso (da 0 a 2, 3 a 2 finale per i rossoneri), Silvio Berlusconi davanti a taccuini e microfoni, dettò il suo pensiero. Promise: «Metterò per iscritto che al Milan l’allenatore, per contratto, deve schierare due attaccanti più la mezza punta». Ancelotti, che è un fuoriclasse dei rapporti umani, deviò la trappola con la successiva dichiarazione: «Ha ragione Berlusconi: il mio Milan giocherà sempre con tre attaccanti!». E vinsero felici e contenti. A Pippo Inzaghi allenatore andò peggio perché, davanti allo spogliatoio riunito, Berlusconi gli intimò di gridare insieme con lui: «All’attacco!». Consiglio respinto per dichiarata inconsistenza del team. Da ultimo, anche col Monza, Silvio Berlusconi ha impartito una lezione tattica. «Non capisco lo schema di palleggiare da dietro per iniziare l’azione, meglio far fare al portiere il rinvio lungo» spiegò. Incredibilmente, il primo ad applicare lo schema-Silvio fu proprio il Milan di Pioli perché la domenica successiva contro la Samp un rilancio perfetto di Maignan consentì a Leao di fissare l’1 a 0 decisivo della sfida.

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