Era il primo ottobre e quel pari a Empoli con tanto di espulsione sembrava far traballare la panchina di Paolo Bianco al Monza. I biancorossi, reduci dalla sconfitta contro il Padova, continuavano a faticare e il 3-4-2-1 impostato dal tecnico fin da inizio stagione non sembrava nemmeno tanto calzare sui giocatori a disposizione. La lite con Pagliuca sull’altra panchina e l’esplosione del caso Caprari, sostituito per scelta tecnica dopo mezz’ora, davano l’impressione di un forte nervosismo nell’aria e di uno spogliatoio che potesse cedere da un momento all’altro.
Cambio di passo
Invece in quella gara qualcosa si è sbloccato. Quello che sembrava il nervosismo di un allenatore agli sgoccioli in realtà si è trasformato in sana rabbia, che la squadra ha metabolizzato e ha fatto propria. Da lì il Monza non ha più sbagliato nulla, sia nei risultati che nell’atteggiamento. E un giocatore come Keita Baldé è diventato il simbolo del Bianco pensiero. Dichiarato fuori dal progetto ad agosto, è stato invece fondamentale nel ciclo delle 6 vittorie consecutive, distinguendosi proprio per spirito di sacrificio, cattiveria e personalità. Un Keita mai visto così in tutta la sua carriera, tanto che ora per il mister è imprescindibile.
Non solo Keita. A impressionare è la crescita della difesa, non solo a livello di singoli, ma di sistema. Non ci sono insostituibili nella linea a tre, chi gioca rende bene, che siano Izzo e Carboni, o che siano Delli Carri e Lucchesi. E poi la crescita di Ravanelli, ormai un giocatore che sembra avere almeno tre anni d’esperienza con lo stesso gruppo, ma senza dimenticare l’apporto dei mediani e degli esterni. Azzi è un treno che va avanti e indietro, Birindelli e Ciurria sulla destra sono tornati ai livelli “palladiniani”, ma è notevole anche la crescita fisica di Obiang.
I meriti
Applausi a questi giocatori, ma applausi soprattutto al tecnico Paolo Bianco che con il lavoro si è fatto capire dai suoi ragazzi. Il Monza ora fa paura, soprattutto perché la rosa non sembra avere punti deboli per la categoria. E qui va fatto un applauso anche al poco nominato Nicolas Burdisso, il direttore sportivo che ha costruito la corazzata. L’argentino è riuscito a non svendere i gioielli di famiglia, ma soprattutto a integrare la rosa con giocatori validi e dai margini di crescita importanti. E ora a gennaio, quelli che in estate sembravano essere in fuga, potrebbero cambiare idea.



Grande mister
Il tempo è galantuomo